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“Faceva freddo quel giorno”
“Faceva freddo quel giorno…”
Sono passati esattamente venticinque anni dal pomeriggio in cui, mentre guardavo un qualche punto indefinito oltre i finestrini di un treno, dentro di me hanno iniziato a prendere forma una serie di sensazioni che sono subito diventate le parole di un racconto che mi ha accompagnato per tutta la vita e che soprattutto ha iniziato a segnare in modo indelebile i confini dell’immaginario che è stato poi alla base tutti i miei lavori più importanti. Probabilmente, senza quella storia e quel racconto (che nel corso del tempo ha avuto diverse vite prima di trovare la sua collocazione ultima, anni dopo, al centro del brano “Come George Gray” incluso nel mio primo progetto musicale), oggi non sarei qui a cercare di spargere parole per il mondo, o forse lo starei facendo comunque ma in modo totalmente diverso e di certo non sarebbe la stessa cosa e non sarei la stessa persona.
A volte mi domando cosa avrebbe pensato quel me stesso ventenne se gli avessero detto che, nel corso degli anni successivi, le parole a cui lui stava dando corpo in quell’istante avrebbero fatto tutta questa strada e che a, distanza di un quarto di secolo, qualcuno le avrebbe ancora ascoltate e ricordate, ma sono abbastanza sicuro che, se avesse davvero avuto modo di vedere il futuro, lui avrebbe solo abbozzato un sorriso sfuggente e risolto tutto con un’evasiva scrollata di spalle.
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18 anni di “Tutto passa invano”
In questi giorni “Tutto passa invano“, il mio primo libro, diventa maggiorenne. Credo sia ormai introvabile e anche io ne conservo solo una copia sgualcita che peraltro non so più dove sia finita, però mi piace pensare che quello sghembo insieme di storie che scrissi fra i venti e i ventisette anni in modo totalmente istintivo, senza nessun tipo di progettualità e senza nemmeno immaginare una futura pubblicazione, contenesse già una sintesi, per quanto grezza e inconsapevole, di tutto ciò che ho poi sviluppato in tutti i miei lavori successivi.
Pare che Muhammad Alì disse che “un uomo che osserva il mondo a cinquant’anni allo stesso modo in cui l’ha fatto a venti ha sprecato trent’anni della sua vita”. Io continuo a pensare che sia l’esatto contrario e che a fotterci realmente sia il momento in cui perdiamo lo sguardo dei vent’anni.
“Tu resti quel bimbo che gioca col Lego: smonti e rimonti pezzetti di vita in cui solo tu vedi navi o castelli”, diceva uno dei brani dell’appendice conclusiva del libro.






