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“…e non lasciano l’erba”
Finisce l’estate e forse per un po’ (ma non troppo) potremo evitare di sentir parlare di ondate di caldo, temperature record e tutto quanto il resto.
La cosa a mio avviso grave è che, quando si trattano argomenti simili, partono sempre slogan sterili, teorie quasi fantascientifiche a lunghissimo termine oppure invettive catastrofistiche contro ogni singolo essere umano ma nel frattempo in ogni parte del mondo si continua a cementificare, a tagliare alberi e a ridurre le aree verdi. Sembra che si voglia costantemente spostare l’attenzione dal fatto che, in una fase transitoria e oggettivamente incerta come quella che stiamo vivendo, la sola vera ancora di salvezza per cercare quanto meno di sopravvivere nel migliore dei modi sarebbe ridare più spazio al verde, restituire alle acque compresse nel sottosuolo la libertà di fluire e liberare il più possibile il terreno naturale per consentirgli di assorbire l’acqua e il calore. Invece, esattamente come accade in molti altri ambiti, la tendenza resta quella di aizzare le folle con grandi slogan di facile presa mentre nel concreto si continua ad andare esattamente nella direzione opposta a quella che sarebbe realmente necessaria.
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“Alla deriva”, “Paolo” e ciò che verrà…
Il percorso di “Alla deriva” è ormai concluso da qualche mese e presto, in modo abbastanza inaspettato anche per me stesso, potrò iniziare a parlare di nuovi progetti che arriveranno decisamente prima di quanto avrei potuto immaginare. In questi ultimi mesi apparentemente tranquilli si sono mosse molte cose e altre giungeranno a compimento nelle prossime settimane per preparare quello che sarà, credo, un bel regalo di Natale che farà da aperitivo per ciò che accadrà nel 2027.
Se, in attesa del futuro, provo a guardarmi alle spalle, penso di poter essere pienamente soddisfatto di ciò che “Alla deriva” ha rappresentato: sono convinto che continui a essere un disco emotivamente potente che mi ha permesso di sviscerare dei pensieri che ritengo ancora oggi importanti, dunque credo che continuerà a essere un tassello parecchio significativo della mia storia. L’unico piccolo rimpianto, pensandoci a posteriori, oltre al fatto di non aver provato a portarlo più spesso su un palco, è forse quello di non aver dato un posto di rilievo a un brano come “Paolo”, che credo sia il momento che meglio di ogni altro sintetizza l’essenza e le inquietudini dell’album. Ho sempre pensato che il cammino del disco si sarebbe concluso con la pubblicazione di “Paolo” come singolo, magari con un video, ma evidentemente le cose hanno poi preso una piega diversa. In fondo però quel racconto parla, fra le altre cose, proprio di attese tradite e aspirazioni incompiute, quindi probabilmente era giusto così: è stato tutto perfettamente nello spirito della narrazione.
“Ma sì, Paolo, brindiamo. Brindiamo a noi. Brindiamo a quello che siamo diventati anche se forse avremmo voluto essere tutt’altro. Brindiamo alle battaglie che non abbiamo avuto il coraggio di combattere e a quelle che non saremo mai stanchi di perdere. Brindiamo alla mediocrità che ci circonda là fuori. Brindiamo alla deriva. Brindiamo ancora questa maledetta deriva.”
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“Nuju è nessuno” di Marco V. Ambrosi e Fabrizio Cariati
Era il 2010 quando i Nuju pubblicavano il loro album d’esordio e, sulle pagine del loro sito, ne accompagnavano il lancio con una serie di racconti, firmati da diversi autori, ispirati alle canzoni del disco. Lo ricordo bene perché, fra questi, c’era anche un mio lavoro.
Dopo sedici anni, diverse pubblicazioni discografiche e una marea di concerti, sono gli stessi Marco V.Ambrosi e Fabrizio Cariati (rispettivamente chitarra e voce della band, nonché fondatori del gruppo) a riabbracciare alcune delle canzoni che hanno segnato il loro cammino musicale e trasformarle in racconti all’interno della raccolta “Nuju è nessuno. Storie cantate”.
Il libro si presenta come un insieme di storie scritte in modo estremamente pulito e lineare che fotografano con grande naturalezza quello che è l’immaginario di cui sono da sempre intrise le canzoni dei Nuju.
Ne ho parlato in un articolo sul sito di Rock Targato Italia.
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“Non si teme il proprio tempo” – un pensiero sulla reunion dei CSI
“Non si teme il proprio tempo”. Fare i conti, lunedì a Villafranca (VR), con la reunion dei C.S.I. e con la loro granitica coerenza priva di compromessi o ammiccamenti è stato un meraviglioso pugno nello stomaco. È stato splendido tornare a perdersi in quella poetica, quei suoni sporchi, quell’atmosfera sacrale e quelle canzoni stracolme di poesia e di pensieri in eterno doloroso fermento che, a distanza di una trentina d’anni, continuano a suonare tragicamente attuali.
Credo che quella che stanno portando in scena i C.S.I. in queste settimane sia ben più di una reunion. Non si tratta di effetto nostalgia: si tratta di provare, almeno per una sera, a guardare il mondo di oggi attraverso l’etica e lo sguardo intransigente che avevamo all’epoca. Ed è davvero una gran botta.
Ne ho parlato in modo più approfondito sul sito di Rock Targato Italia.
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gli ascolti di settembre 2026
In queste settimane mi sono trovato a riflettere su come le canzoni del pop contemporaneo e quelle di una qualunque baby dance di un qualsiasi villaggio turistico o campeggio si somiglino sempre di più. Qualcuno parla di “precocizzazione” dell’infanzia ma io ho il sentore che il problema sia invece l’infantilizzazione del mondo adulto.
Lasciandoci alle spalle i pensieri balneari, è tempo di riannodare i fili della quotidianità tornando a consigliare qualche bel disco sul sito di Rock Targato Italia. Questa volta racconto i nuovi lavori di Golconda, Viadellironia, Candra, Anèdone, Menura, Cowards e Delta V.






















