Tag: mondo

  • Poteri e potenti

    Sono da sempre convinto che la gran parte dei problemi della nostra società derivi dal fatto che troppi di noi comuni mortali continuano a credere che i soggetti che rivestono i più importanti incarichi istituzionali, i cui nomi sono sulla bocca di tutti, contino davvero qualcosa. Così si perde tempo a starnazzare di quanto Tizio sia cattivo, ci si accapiglia inutilmente su come potrebbero andare le cose se al suo posto ci fosse Caio o si sprecano energie a sostenere l’ascesa salvifica di Sempronio. Davvero non mi capacito di come, nel 2026, tante persone non abbiano ancora capito che tutti questi soggetti, per quanto possano differire nel linguaggio o fare dichiarazioni discordanti su qualche questione di importanza secondaria per cercare di affascinare diverse fasce di elettori e mantenere vivo il conflitto sociale, restano solo dei sacrificabili amministratori di facciata che, come la storia moderna ha abbondantemente confermato, rispondono tutti agli stessi padroni legati al mondo dell’alta finanza. Nulla potrà mai cambiare se prima non prendiamo atto che non ha senso continuare a snocciolare i soliti tre slogan ritriti o a discutere di Tizio o Caio come se fossero davvero i padroni di qualcosa. Occorre ampliare le prospettive e iniziare a discutere tenendo conto delle vere dinamiche del potere, evitando le distrazioni di massa. Utopia? Sicuramente sì, a giudicare da ciò che si continua a leggere in giro con troppi finti rivoluzionari di partito sulla cresta dell’onda, ma non ci sono altre possibilità.

    Poteri e potenti
  • da Piazza Fontana a Via Pinelli

    La scorsa settimana il comune di Milano ha intitolato una via a Pinelli: una scelta che, per quanto di per sé possa farmi piacere, suona evidentemente come una mossa ambigua e pericolosa, da parte di chi detiene il potere, per cercare di appropriarsi indebitamente di determinati simboli e valori, oltre che per ripulirsi l’immagine a fronte di decenni di bugie e mistificazioni che peraltro proseguono ancora oggi. Si finge di ricordare per spingere a dimenticare e per ammansire la gente rendendo innocui i ricordi. Mi sembra evidente che lo stesso Pinelli sarebbe stato il primo a rifiutare di prestarsi a questa farsa e rispondere per le rime alle facce di tolla che oggi fingono di celebrarlo per poterne manipolare ancora una volta la storia. D’altra parte viviamo in un Paese in cui tutti parlano allegramente di “stragi di Stato” come se fossero una cosa normale e soprattutto come se lo Stato che ha compiuto queste stragi fosse un’entità astratta anziché lo stesso sistema che ancora oggi amministra il potere. Il fatto poi che l’intitolazione di una via a un anarchico sia stata presieduta da un signore che solo pochissimi anni fa invocava pubblicamente la “linea dura” contro i dissenzienti completa il quadro in modo ancora più surreale. “La faccia come il deretano”, si diceva una volta.

    da Piazza Fontana a Via Pinelli
  • “Poi il tempo”… un anno dopo

    Un anno fa veniva pubblicato “Poi il tempo“, il singolo che ha anticipato l’uscita di “Alla deriva“, e in questi trecentosessantacinque giorni sembra non essere cambiato molto: le parole del brano, per quanto mi riguarda, suonano sempre attualissime e il mondo continua a scivolare lungo la stessa triste deriva. Anzi, l’atmosfera generale sembra essere ulteriormente peggiorata, non solo per le tensioni internazionali che hanno ormai abbondantemente superato la soglia di allarme ma soprattutto perché il clima fra le persone è diventato ancora più confuso e carico di nubi nere, con sempre meno riferimenti sicuri in cui potersi idealmente ritrovare e sempre più elementi di distrazione che stanno concentrando anche le energie positive nelle direzioni sbagliate. Anche per questo resto davvero molto orgoglioso di ciò che siamo riusciti a esprimere in quel brano. Dunque oggi mi sembra giusto dedicare un brindisi a quel brano e alla strada compiuta in questi dodici mesi.


    “Poi il tempo”… un anno dopo
  • strade, numeri e strisce pedonali

    Solo pochi mesi fa avevo pubblicato su questa pagina una riflessione sulla giungla che sono diventate le strade italiane. A conferma di quanto scrivevo, i dati dicono che nell’anno appena concluso sono state 656 le persone uccise sulla strada da qualcuno alla guida di un mezzo a motore: per la precisione 434 pedoni (di cui 200 sulle strisce pedonali, il che rende tutto ancora più inquietante ma spiega anche molto bene la situazione) e 222 ciclisti. Siamo di fronte a una situazione drammatica e tristemente sottovalutata, le cui radici sono prima di tutto culturali come credo rimarchi anche il dato gravissimo riguardo le strisce pedonali, con cui tutti dobbiamo inevitabilmente fare i conti. Sarebbe importante ricordarsene ogni volta che ci si mette al volante.

    strade, numeri e strisce pedonali
  • essere artisti oggi: un pensiero

    Credo che un artista debba sempre abitare il proprio tempo, ma anche saperlo fare con coerenza a modo proprio.
    Ultimamente, discutendo con diverse persone, mi pare che spesso ci si divida fra chi, pur di non rischiare di perdere qualche briciola di visibilità, si piega a inseguire passivamente, sia ideologicamente che a livello di modelli comunicativi, tutto ciò il vento del presente impone e chi invece, sull’onda dello “si stava meglio quando si stava peggio”, si rifugia dietro l’orgoglio del “non fare” o del chiamarsi fuori da tutto sputando anche su quegli strumenti che, se ben indirizzati, possono essere preziosi. Due atteggiamenti opposti solamente in apparenza e comunque entrambi controproducenti.
    Certo, esistono anche i gesti artistici radicali fini a sé stessi, ma sono un discorso a parte che va in ogni caso integrato in una visione più ampia che richiede grande consapevolezza di quali sono i propri obbiettivi e qual è la realtà in cui si è immersi.
    Credo sia chiaro che, in mezzo al caos di un mondo in continuo vorticoso cambiamento, anche il ruolo dell’artista e il modo in cui potersi esprimere è qualcosa in continua mutazione, ma proprio per questo credo sia fondamentale, per chi ritiene di avere qualcosa da comunicare, saper affrontare con coerenza, senza alibi e senza inutili paure le sfide di questa epoca. C’è un enorme bisogno di artisti veri che sappiano comportarsi da tali.

    essere artisti oggi: un pensiero
  • Pier Paolo Pasolini

    Esattamente cinquant’anni fa Pier Paolo Pasolini veniva brutalmente strappato via da questa terra. Chissà cosa direbbe dell’Italia di oggi, lui che tante derive aveva saputo leggerle in modo spietato con larghissimo anticipo e che non ha mai cercato in alcun modo di risultare accomodante o consolatorio. L’unica cosa di cui sono sicuro è che, se potesse parlare oggi, molti gli darebbero del complottista o del folle. D’altra parte è così che vanno le cose in questo Paese: si amano i grandi pensatori solo da morti, quando ognuno è libero di piegarne l’aura a proprio piacimento.
    Un brindisi a Pier Paolo.

    Pier Paolo Pasolini
  • 15 ottobre, quattro anni dopo

    Quindici ottobre. Anche se oggi si sta chiaramente cercando di cancellare quel periodo dalla memoria collettiva, è importante ricordare che solo quattro anni fa, con l’entrata in vigore dell’obbligo della “tessera verde” per l’accesso ai luoghi di lavoro, questa data diventava il simbolo di uno dei capitoli più vergognosi della nostra storia recente.
    Credo sia fondamentale non dimenticarlo, lo scempio che abbiamo vissuto in quei mesi con l’arroganza del potere scatenata in ogni sua forma contro chi cercava di portare un pizzico di umanità e razionalità nel marasma della follia imperante. Ma, a quattro anni di distanza, a me piace ricordare anche come la risposta a quel momento buio sia stata una fioritura di piazze vitali, piene di persone pronte a stringersi fra loro in una marea pacifica che abbracciava ogni tipo di cultura, sensibilità e credo nonostante l’odio seminato dai tromboni di regime e una repressione sempre più cattiva. Anche se purtroppo, alla fine di tutto, resta anche la profonda amarezza per come l’energia positiva di quelle piazze si sia poi dispersa a causa dei troppi pifferai magici che hanno provato a piegarla ai loro interessi personali o a indirizzarla verso qualche ingenua chimera. Ed è importante non dimenticare nemmeno questo, insieme a tutte le cose che quei giorni dovrebbero averci insegnato.

    15 ottobre, quattro anni dopo
  • …o un’intera popolazione

    “…mentre le folle erano impegnate a inveire contro un qualche nuovo nemico di Stato: poco importa se fosse un uomo qualunque che correva da solo su una spiaggia, il vicino di casa di qualcuno che «comunque salutava sempre» o un’intera popolazione a chissà quante migliaia di chilometri di distanza”, dicevo in “Poi il tempo” e, se provo a guardarmi attorno, purtroppo non posso che riconfermarlo anche oggi.
    Continua a tirare un’aria inquietante, là fuori, e soprattutto continuiamo a venire tempestati da una marea di informazioni contraddittorie che sembrano avere il solo scopo di aizzare le masse e rendere impossibile individuare i contorni di ciò che sta realmente accadendo del mondo. In mezzo a tutto questo, fatico a capire come sia possibile che tante persone, anche generalmente degne di grande stima, continuino a cadere nelle trame di propagande basate su narrative grottesche che azzerano ogni complessità e confondono la realtà con un brutto cartone animato. Non riesco a capacitarmi di come non ci si renda conto della pericolosità dei tanti focolai su cui si sta continuando maldestramente a soffiare.
    Credo che in un momento come questo si possa solo fare il possibile per evitare di prestarsi alle cacce alle streghe, cercare di informarsi in modo ampio ascoltando anche le voci verso cui non si ha simpatia, rifuggire gli slogan facili e soprattutto provare a ragionare con la propria testa facendo i conti con ogni possibile scenario a cui stiamo andando incontro. Non è decisamente tempo per il tifo da stadio o per credere ai pifferai magici.

    …o un’intera popolazione
  • un pensiero sulle strade

    Nell’ultimo anno, per svariati motivi, ho pedalato molto poco ma purtroppo l’esiguo numero di chilometri che ho percorso è già più che sufficiente per farmi prendere atto di quanto sulle strade del nostro Paese ci si senta drammaticamente sempre meno al sicuro. I dati che parlano di oltre 130 ciclisti morti investiti dall’inizio del 2025 in Italia (praticamente più di uno ogni due giorni) non mi stupiscono affatto, visto ciò che a cui si assiste di continuo.
    C’è sempre meno consapevolezza, da parte della gran parte degli automobilisti, di essere alla guida di qualcosa che può facilmente uccidere delle persone, sempre meno rispetto verso gli utenti più fragili, sempre più aggressività e sempre meno coscienza del fatto che la strada non appartiene solo ai veicoli a motore (perché evidentemente il problema riguarda, per esempio, anche i pedoni oltre che i ciclisti).
    Più di ogni altra cosa c’è evidentemente una totale incoscienza del fatto che il pericolo maggiore per chi pedala è l’eccessiva vicinanza delle automobili durante i sorpassi. Chi non è mai davvero salito in bicicletta sembra non riuscire proprio nemmeno a immaginare il dramma che rischia di creare sfrecciando a pochi centimetri da un ciclista credendo di avere il pieno controllo della situazione. La legge che dovrebbe garantire il metro e mezzo di distanza di sicurezza è da qualche mese finalmente una realtà ma purtroppo, finché non ci sarà una seria sensibilizzazione in tal senso, resterà solo materia per periti e tribunali dopo gli incidenti.
    Servirebbe una svolta culturale importante ma purtroppo, anche in questo, si continua ad andare nella direzione opposta a quella che si dovrebbe seguire. E la cosa triste è che, per quanto possa sembrare un luogo comune, basta mettere il naso fuori dai confini del nostro Paese per rendersi conto che si tratta di un problema tutto italiano (provate semplicemente, da pedoni, a usare le strisce pedonali in Svizzera, per capire la differenza di mentalità).

    un pensiero sulle strade
  • una riflessione di GianCarlo Onorato

    Con GianCarlo Onorato ho avuto occasione di condividere un palco solo pochi giorni fa ma in realtà si tratta di un artista che stimo da sempre. Oggi sul sito di Rock Targato Italia è stato pubblicato un articolo molto importante firmato da lui. Si tratta di una lettera aperta indirizzata a Massimo Zamboni che è in realtà una riflessione profondissima su quello che dovrebbe essere il ruolo dell’artista nel mondo contemporaneo.
    “[…] il tuo posto non dovrebbe invece essere, come il mio e come quello di tanti altri attori realmente responsabili, in prima fila per sputare in faccia a chi di dovere, ad ogni costo, a prezzo dell’esclusione, come avviene al sottoscritto e ad altri che osano dire, tutte le storture che abbiamo sopra elencato e che non si possono ignorare o peggio dichiarare false?” dice fra le altre cose l’articolo, che merita di essere letto con attenzione per intero.

    una riflessione di GianCarlo Onorato
  • Dall’emergenza permanente alla guerra “imminente”

    Sono ormai diversi mesi che i media e la politica stanno facendo di tutto per “normalizzare” il concetto di guerra da parte del nostro Paese e convincerci della necessità di prepararci a “difenderci” da chissà quale minaccia. Ormai siamo arrivati a livelli di propaganda grotteschi e la cosa dovrebbe preoccuparci parecchio, non tanto per li rischio concreto che possano da un giorno all’altro spedirci tutti quanti al fronte quanto semplicemente per il fatto che evidentemente si sta ripetendo il giochetto dell’instaurare un clima di tensione per poter manipolare più agevolmente i nostri comportamenti e dirottare importanti somme di denaro dove più fa comodo al potere. D’altra parte dovremmo avere imparato già da tempo come funziona questa triste era dell’emergenza permanente.
    Opporsi ai ridicoli “piani di riarmo”, agli “incrementi della spesa bellica” e ai tentativi di alzare le tensioni dovrebbe essere, al giorno d’oggi, la priorità oggi per chiunque. Invece ciò che accade sotto il nostro sedere è proprio ciò che stiamo ignorando tutti quanti con la maggior determinazione.

    Dall’emergenza permanente alla guerra “imminente”
  • L’era della post-verità

    Qualcuno sostiene, a mio avviso giustamente, che quella che stiamo vivendo sia “l’era della post-verità”: un’epoca segnata da un approccio puramente emotivo e ideologico ai fatti, da una mole quotidiana ingestibile di notizie contraddittorie, da una tecnologia ormai alla portata di tutti in grado di artefare ogni tipo di documento e soprattutto da un’informazione mainstream dedita solo a diffondere falsità al servizio del potere.
    Credo che interrogarsi su come sopravvivere intellettualmente a questa situazione sia un qualcosa da cui nessuno può esimersi, e la risposta più naturale è sempre la stessa: diffidare di tutto, non accontentarsi delle voci di comodo e soprattutto cercare di sviluppare un pensiero il più possibile autonomo e critico. Però credo che ancora più importante sia cercare di portare sempre ogni discorso su un piano superiore senza lasciarci distrarre da dettagli inutili, ragionando sui principi portanti più che sulle apparenze, perché spesso il gioco della disinformazione di regime è proprio quello di alzare polveroni e divisioni su inezie che in realtà, se guardate in una prospettiva più ampia e completa, non sono altro che inutili elementi di contorno gonfiati a dismisura proprio per allontanarci dalla vera essenza delle cose.

    L’era della post-verità
  • Quindici ottobre

    Quindici ottobre. Teniamola sempre ben presente, questa data. Solamente tre anni fa, con l’entrata in vigore dell’obbligo della “tessera verde” per l’accesso ai luoghi di lavoro, questa data segnava una linea di demarcazione profondissima nelle coscienze del nostro Paese.
    Ci sarebbero tante cose da dire a riguardo ma in occasione di questa grigia ricorrenza voglio dedicare un pensiero solamente alle persone che in quei giorni, nonostante le minacce dei manganelli e il fango delle bugie dei media che andavano ad aggiungersi alle situazioni drammatiche che molti stavano vivendo, hanno continuato a riempire le piazze con una marea umana pacifica e variopinta che sapeva unire i canti libertari, gli ohm e i rosari. Una folla eterogenea accomunata solo dall’esigenza di non scordare cosa significa essere umani e di non cedere alla deriva imboccata da un mondo che stava scegliendo di rinnegare ogni suo principio fondatore ed elevare il ricatto sociale a metodo di governo. Una deriva che, a dire il vero, non si è mai interrotta del tutto, anche se oggi è tornata ad assumere forme molto più sottili.
    Purtroppo quel movimento si è poi spento per colpa dei troppi aspiranti volponi che, dall’interno, hanno cercato di manipolarlo per i propri interessi o farsene scudo per provare a elemosinare qualche spicchio di potere. Però sicuramente quelle piazze ci hanno dimostrato che siamo ancora in tanti ad avere una coscienza critica e tutto ciò che è accaduto in quei giorni non deve assolutamente essere dimenticato.

    Quindici ottobre
  • “La prima ultima volta” a Una Ghirlanda Di Libri

    So bene che parlare de “La prima ultima volta” senza avere al mio fianco Vanna Mazzei, che oltre alla coautrice del libro è stata anche la vera ideatrice del progetto, non è certo come presentarlo insieme a lei, però gli imprevisti della vita hanno voluto che al festival Una Ghirlanda Di Libri di Cinisello Balsamo (MI) le cose andassero in questo modo, dunque posso solo augurarmi di essere riuscito a non fare sentire troppo la sua mancanza.
    Per quanto mi riguarda si è trattato di una chiacchierata estremamente piacevole, molto ben moderata da Franca Turco che ha saputo dare all’incontro il giusto equilibrio fra leggerezza e profondità. Una Ghirlanda Di Libri, d’altro canto, è un contesto con cui è piacevole confrontarsi: un festival piccolo e molto curato all’interno degli spazi affascinanti di una villa antica in cui si respira un’atmosfera cordiale e curiosa. È stato un piacere esserci.

    “La prima ultima volta” a Una Ghirlanda Di Libri
  • questi anni da fast food

    Una piccola inutile riflessione primaverile:
    Viviamo un’epoca in cui tutto deve essere spettacolare e veloce. Viviamo un’epoca in cui tutto ciò a cui assistiamo deve essere “il migliore di tutti i tempi”. Viviamo un’epoca in cui ogni proposta deve essere coinvolgente e immediatamente accessibile a chiunque senza sforzo.
    Sono considerazioni banali, lo so, ed è già da parecchio tempo che si la direzione imboccata è questa, ma non si può non prendere atto che questa ricerca del sensazionalismo a tutti i costi si sta allargando a macchia d’olio anche agli ambiti più insospettabili. Penso alla musica, dove la ricerca ossessiva di un certo “giovanilismo” forzato sembra contagiare sempre di più anche gli ambienti meno nazionalpopolari. Penso allo sport, dove si spinge sempre di più per avere competizioni che tengano costantemente alto il pathos o dove si alimentano continuamente discorsi infantili per fomentare l’esaltazione più becera dei tifosi. Penso alla letteratura, dove… vabbè… non c’è neanche bisogno di dirlo.
    Sembra si stia dimenticando che alcune situazioni si possono apprezzare realmente solo dopo avere imparato con pazienza a leggerne fra le righe il linguaggio e le sfumature. Sembra si faccia sempre più fatica a ricordare che il fascino di molte cose è proprio nella complessità, nell’attesa o nei piccoli dettagli. Sembra che troppi, in diversi ambiti, abbiano ormai rinunciato a portare avanti una propria identità per rassegnarsi a rincorrere la mentalità che domina quest’epoca da fast-food. Ed è un vero peccato perché, con questa smania di sensazionalismo, si stanno perdendo molte cose preziose.

    questi anni da fast food
  • Erba e il tritacarne mediatico

    Nei prossimi giorni il tribunale discuterà la possibilità di revisione del processo per la strage di Erba del 2006 e credo che questa vicenda, al pari di quella di Brembate del 2010 e di altre, meriti una riflessione che riguarda tutti noi.
    Il fatto che la condanna di Rosa Bazzi e Olindo Romano sia stata frutto esclusivamente di scandalose manipolazioni mediatiche e giudiziarie penso sia ormai evidente a chiunque abbia provato a informarsi seriamente sulla vicenda. Volendo però ampliare il discorso credo che, allo stato attuale delle cose, tutti quanti dovremmo provare almeno un minimo di preoccupazione di fronte a un sistema che, come accaduto per esempio in questo caso o in quello di Massimo Bossetti, porta delle persone totalmente estranee ai fatti a venire ingiustamente private della libertà e sottoposte a una vergognosa gogna mediatica in modo artefatto e indegno di un Paese civile, fra animi aizzati dai polveroni giornalistici e verità spudoratamente falsate per l’esigenza di trovare rapidamente un “mostro” da dare in pasto all’opinione pubblica. Tutti dovremmo avere paura di un circo mediatico e giudiziario che troppo spesso si trasforma in un tritacarne da cui chiunque, in modo assolutamente casuale, può venire travolto. Perché purtroppo, alla luce dei fatti, ciò che è accaduto a queste persone può accadere in qualunque momento a chiunque di noi.

    Erba e il tritacarne mediatico
  • la triste fine degli artisti

    C’è una strana anomalia che in questi tempi mi è capitato di notare con una certa frequenza: sembra che la maggioranza degli artisti, che come diceva De André dovrebbero essere una sorta di anticorpo che difende la società dagli eccessi del potere, abbia scelto di invertire il proprio ruolo ed ergersi a difensore dello status quo o al massimo unirsi a qualche coro fumoso perfettamente in linea con l’andamento generale delle cose. Pare che la critica verso i potenti e la capacità di sviluppare pensieri indipendenti vengano sempre più spesso soppiantate da una sorta di sarcasmo rancido verso il nemico pubblico mediatico del momento o verso le voci non allineate, finendo con l’alimentare quell’infantile gioco di infinite divisioni fra poveri che ormai è una vera piaga sociale.
    Certo, per fortuna c’è ancora qualche eccezione, anche se si tratta per lo più dei soliti vecchi noti e qualche sporadica bella sorpresa, ma la cosa mi sembra parecchio triste. Anche perché, per quanto non si tratti certo una tendenza nuova, ho la sensazione che in quest’ultimo periodo la deriva si stia acuendo sempre di più. “E pensare che c’era il pensiero”, diceva Gaber.

    la triste fine degli artisti
  • Buon Natale!

    Buon Natale!
    Che quelli che stanno arrivando possano essere per tutti giorni colmi di calore e serenità.

    Buon Natale!
  • La tragica situazione delle strade italiane

    Esattamente un anno fa, fra le ruote di un camion, finiva la vita di Davide Rebellin. Ci sarebbero molte cose da dire a riguardo ma forse il modo migliore per ricordarlo è provare a riflettere su quanto la drammatica pericolosità delle strade del nostro Paese sia, in quest’ultimo anno, ulteriormente peggiorata.
    Purtroppo continua a esserci ben poca coscienza della responsabilità che ci si carica sulle spalle quando ci si mette alla guida di un veicolo e di quanto alcuni comportamenti siano pericolosi, inclusa la mancanza di distanza laterale quando si sorpassa, che è un aspetto che purtroppo chi non ha mai pedalato non può comprendere ma che resta in assoluto il più grande pericolo per i ciclisti. Per cambiare davvero qualcosa servirebbe una drastica inversione di rotta culturale: dovremmo darci tutti quanti una calmata rispetto alla folle frenesia imperante e imparare a tutelare i più fragili e rispettare chi compie scelte diverse dalle nostre. Il che vale poi anche per parecchi altri ambiti. Ma mi rendo benissimo conto che, allo stato attuale delle cose, sia una totale utopia.

    La tragica situazione delle strade italiane
  • questo strano senso di colpa collettivo

    Una piccola e inutile riflessione estiva: ho notato che da qualche tempo, in questo Paese, le colpe di qualunque cosa accada ricadono sempre verso il basso. Dalle conseguenze dei disastri ambientali al carovita fino dal degrado dei servizi pubblici, stando ai grandi opinionisti, tutto sembra sempre essere colpa, direttamente o indirettamente, della mancanza di coscienza di noi cittadini, della nostra scarsa propensione al sacrificio o addirittura delle nostre aspettative troppo alte. L’ipotesi che alla base di determinati drammi possano esserci delle scelte scellerate, delle speculazioni, una cattiva gestione o qualunque altra possibile responsabilità da parte di chi detiene un qualunque potere non viene più nemmeno presa in considerazione se non per qualche risibile teatrino. È curioso, no?
    Certo, questo non significa che non ci siano realmente parecchi comportamenti individuali su cui tutti dovremmo riflettere nella nostra quotidianità cercando di fare ognuno la propria parte per migliorare ciò che ci circonda. Tutt’altro. Però l’avere ormai eletto il senso di colpa collettivo a sistema di governo chiudendo costantemente gli occhi di fronte a qualunque responsabilità, mancanza, manipolazione o malafede da parte di chi detiene un qualsiasi potere ci sta facendo pericolosamente diventare una società di individui passivi e privi di spirito critico capaci solo di inutili lotte fra poveri.

    questo strano senso di colpa collettivo

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