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da Piazza Fontana a Via Pinelli
La scorsa settimana il comune di Milano ha intitolato una via a Pinelli: una scelta che, per quanto di per sé possa farmi piacere, suona evidentemente come una mossa ambigua e pericolosa, da parte di chi detiene il potere, per cercare di appropriarsi indebitamente di determinati simboli e valori, oltre che per ripulirsi l’immagine a fronte di decenni di bugie e mistificazioni che peraltro proseguono ancora oggi. Si finge di ricordare per spingere a dimenticare e per ammansire la gente rendendo innocui i ricordi. Mi sembra evidente che lo stesso Pinelli sarebbe stato il primo a rifiutare di prestarsi a questa farsa e rispondere per le rime alle facce di tolla che oggi fingono di celebrarlo per poterne manipolare ancora una volta la storia. D’altra parte viviamo in un Paese in cui tutti parlano allegramente di “stragi di Stato” come se fossero una cosa normale e soprattutto come se lo Stato che ha compiuto queste stragi fosse un’entità astratta anziché lo stesso sistema che ancora oggi amministra il potere. Il fatto poi che l’intitolazione di una via a un anarchico sia stata presieduta da un signore che solo pochissimi anni fa invocava pubblicamente la “linea dura” contro i dissenzienti completa il quadro in modo ancora più surreale. “La faccia come il deretano”, si diceva una volta.

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“Poi il tempo”… un anno dopo
Un anno fa veniva pubblicato “Poi il tempo“, il singolo che ha anticipato l’uscita di “Alla deriva“, e in questi trecentosessantacinque giorni sembra non essere cambiato molto: le parole del brano, per quanto mi riguarda, suonano sempre attualissime e il mondo continua a scivolare lungo la stessa triste deriva. Anzi, l’atmosfera generale sembra essere ulteriormente peggiorata, non solo per le tensioni internazionali che hanno ormai abbondantemente superato la soglia di allarme ma soprattutto perché il clima fra le persone è diventato ancora più confuso e carico di nubi nere, con sempre meno riferimenti sicuri in cui potersi idealmente ritrovare e sempre più elementi di distrazione che stanno concentrando anche le energie positive nelle direzioni sbagliate. Anche per questo resto davvero molto orgoglioso di ciò che siamo riusciti a esprimere in quel brano. Dunque oggi mi sembra giusto dedicare un brindisi a quel brano e alla strada compiuta in questi dodici mesi.

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“Faceva freddo quel giorno”
“Faceva freddo quel giorno…”
Sono passati esattamente venticinque anni dal pomeriggio in cui, mentre guardavo un qualche punto indefinito oltre i finestrini di un treno, dentro di me hanno iniziato a prendere forma una serie di sensazioni che sono subito diventate le parole di un racconto che mi ha accompagnato per tutta la vita e che soprattutto ha iniziato a segnare in modo indelebile i confini dell’immaginario che è stato poi alla base tutti i miei lavori più importanti. Probabilmente, senza quella storia e quel racconto (che nel corso del tempo ha avuto diverse vite prima di trovare la sua collocazione ultima, anni dopo, al centro del brano “Come George Gray” incluso nel mio primo progetto musicale), oggi non sarei qui a cercare di spargere parole per il mondo, o forse lo starei facendo comunque ma in modo totalmente diverso e di certo non sarebbe la stessa cosa e non sarei la stessa persona.
A volte mi domando cosa avrebbe pensato quel me stesso ventenne se gli avessero detto che, nel corso degli anni successivi, le parole a cui lui stava dando corpo in quell’istante avrebbero fatto tutta questa strada e che a, distanza di un quarto di secolo, qualcuno le avrebbe ancora ascoltate e ricordate, ma sono abbastanza sicuro che, se avesse davvero avuto modo di vedere il futuro, lui avrebbe solo abbozzato un sorriso sfuggente e risolto tutto con un’evasiva scrollata di spalle.
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strade, numeri e strisce pedonali
Solo pochi mesi fa avevo pubblicato su questa pagina una riflessione sulla giungla che sono diventate le strade italiane. A conferma di quanto scrivevo, i dati dicono che nell’anno appena concluso sono state 656 le persone uccise sulla strada da qualcuno alla guida di un mezzo a motore: per la precisione 434 pedoni (di cui 200 sulle strisce pedonali, il che rende tutto ancora più inquietante ma spiega anche molto bene la situazione) e 222 ciclisti. Siamo di fronte a una situazione drammatica e tristemente sottovalutata, le cui radici sono prima di tutto culturali come credo rimarchi anche il dato gravissimo riguardo le strisce pedonali, con cui tutti dobbiamo inevitabilmente fare i conti. Sarebbe importante ricordarsene ogni volta che ci si mette al volante.

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l’anno che è passato
…e così è già finito un altro anno. Che dire? Il 2025 resterà sicuramente nella mia memoria per la pubblicazione di “Alla deriva“: un progetto nato davvero come un’esplosione che per me continuerà sempre a rappresentare qualcosa di importante sia per i contenuti che mi ha consentito di sviscerare sia per il fatto di avere avuto la possibilità di lavorare con un artista enorme come Max Zanotti. Forse l’unica cosa che è mancata a questa fase del mio cammino è stata la dimensione degli spettacoli dal vivo, che era stata invece vitale nelle mie esperienze precedenti, ma il fatto di averla lasciata da parte è stata una scelta consapevole dovuta a diversi fattori, dunque probabilmente è stato giusto così.
Per i primi mesi del 2026 ho già un’idea su come chiudere nel migliore dei modi questa avventura, dopodiché si vedrà. Nell’anno nuovo, tra le altre cose, ricorrerà il decennale di “Ogni sorso un ricordo” (il mio primo progetto musicale) e, per quanto io non abbia mai amato le autocelebrazioni, credo sia qualcosa che mi piacerebbe in qualche modo almeno ricordare.
Buon 2026 a tutti! Che possa essere un anno di sorprese inattese, di istanti necessari e di quotidiana opposizione alla disumanizzazione e ai deliri bellici verso cui i potenti continuano a spingerci.
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Buon Natale!
Da tempo mi ripeto che prima o poi mi piacerebbe scrivere un racconto natalizio ma ovviamente non l’ho fatto nemmeno questa volta. Chissà, magari sarà per il prossimo anno.
Un sereno Natale a tutti!
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essere artisti oggi: un pensiero
Credo che un artista debba sempre abitare il proprio tempo, ma anche saperlo fare con coerenza a modo proprio.
Ultimamente, discutendo con diverse persone, mi pare che spesso ci si divida fra chi, pur di non rischiare di perdere qualche briciola di visibilità, si piega a inseguire passivamente, sia ideologicamente che a livello di modelli comunicativi, tutto ciò il vento del presente impone e chi invece, sull’onda dello “si stava meglio quando si stava peggio”, si rifugia dietro l’orgoglio del “non fare” o del chiamarsi fuori da tutto sputando anche su quegli strumenti che, se ben indirizzati, possono essere preziosi. Due atteggiamenti opposti solamente in apparenza e comunque entrambi controproducenti.
Certo, esistono anche i gesti artistici radicali fini a sé stessi, ma sono un discorso a parte che va in ogni caso integrato in una visione più ampia che richiede grande consapevolezza di quali sono i propri obbiettivi e qual è la realtà in cui si è immersi.
Credo sia chiaro che, in mezzo al caos di un mondo in continuo vorticoso cambiamento, anche il ruolo dell’artista e il modo in cui potersi esprimere è qualcosa in continua mutazione, ma proprio per questo credo sia fondamentale, per chi ritiene di avere qualcosa da comunicare, saper affrontare con coerenza, senza alibi e senza inutili paure le sfide di questa epoca. C’è un enorme bisogno di artisti veri che sappiano comportarsi da tali.
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Pier Paolo Pasolini
Esattamente cinquant’anni fa Pier Paolo Pasolini veniva brutalmente strappato via da questa terra. Chissà cosa direbbe dell’Italia di oggi, lui che tante derive aveva saputo leggerle in modo spietato con larghissimo anticipo e che non ha mai cercato in alcun modo di risultare accomodante o consolatorio. L’unica cosa di cui sono sicuro è che, se potesse parlare oggi, molti gli darebbero del complottista o del folle. D’altra parte è così che vanno le cose in questo Paese: si amano i grandi pensatori solo da morti, quando ognuno è libero di piegarne l’aura a proprio piacimento.
Un brindisi a Pier Paolo.
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15 ottobre, quattro anni dopo
Quindici ottobre. Anche se oggi si sta chiaramente cercando di cancellare quel periodo dalla memoria collettiva, è importante ricordare che solo quattro anni fa, con l’entrata in vigore dell’obbligo della “tessera verde” per l’accesso ai luoghi di lavoro, questa data diventava il simbolo di uno dei capitoli più vergognosi della nostra storia recente.
Credo sia fondamentale non dimenticarlo, lo scempio che abbiamo vissuto in quei mesi con l’arroganza del potere scatenata in ogni sua forma contro chi cercava di portare un pizzico di umanità e razionalità nel marasma della follia imperante. Ma, a quattro anni di distanza, a me piace ricordare anche come la risposta a quel momento buio sia stata una fioritura di piazze vitali, piene di persone pronte a stringersi fra loro in una marea pacifica che abbracciava ogni tipo di cultura, sensibilità e credo nonostante l’odio seminato dai tromboni di regime e una repressione sempre più cattiva. Anche se purtroppo, alla fine di tutto, resta anche la profonda amarezza per come l’energia positiva di quelle piazze si sia poi dispersa a causa dei troppi pifferai magici che hanno provato a piegarla ai loro interessi personali o a indirizzarla verso qualche ingenua chimera. Ed è importante non dimenticare nemmeno questo, insieme a tutte le cose che quei giorni dovrebbero averci insegnato.
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18 anni di “Tutto passa invano”
In questi giorni “Tutto passa invano“, il mio primo libro, diventa maggiorenne. Credo sia ormai introvabile e anche io ne conservo solo una copia sgualcita che peraltro non so più dove sia finita, però mi piace pensare che quello sghembo insieme di storie che scrissi fra i venti e i ventisette anni in modo totalmente istintivo, senza nessun tipo di progettualità e senza nemmeno immaginare una futura pubblicazione, contenesse già una sintesi, per quanto grezza e inconsapevole, di tutto ciò che ho poi sviluppato in tutti i miei lavori successivi.
Pare che Muhammad Alì disse che “un uomo che osserva il mondo a cinquant’anni allo stesso modo in cui l’ha fatto a venti ha sprecato trent’anni della sua vita”. Io continuo a pensare che sia l’esatto contrario e che a fotterci realmente sia il momento in cui perdiamo lo sguardo dei vent’anni.
“Tu resti quel bimbo che gioca col Lego: smonti e rimonti pezzetti di vita in cui solo tu vedi navi o castelli”, diceva uno dei brani dell’appendice conclusiva del libro.
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…o un’intera popolazione
“…mentre le folle erano impegnate a inveire contro un qualche nuovo nemico di Stato: poco importa se fosse un uomo qualunque che correva da solo su una spiaggia, il vicino di casa di qualcuno che «comunque salutava sempre» o un’intera popolazione a chissà quante migliaia di chilometri di distanza”, dicevo in “Poi il tempo” e, se provo a guardarmi attorno, purtroppo non posso che riconfermarlo anche oggi.
Continua a tirare un’aria inquietante, là fuori, e soprattutto continuiamo a venire tempestati da una marea di informazioni contraddittorie che sembrano avere il solo scopo di aizzare le masse e rendere impossibile individuare i contorni di ciò che sta realmente accadendo del mondo. In mezzo a tutto questo, fatico a capire come sia possibile che tante persone, anche generalmente degne di grande stima, continuino a cadere nelle trame di propagande basate su narrative grottesche che azzerano ogni complessità e confondono la realtà con un brutto cartone animato. Non riesco a capacitarmi di come non ci si renda conto della pericolosità dei tanti focolai su cui si sta continuando maldestramente a soffiare.
Credo che in un momento come questo si possa solo fare il possibile per evitare di prestarsi alle cacce alle streghe, cercare di informarsi in modo ampio ascoltando anche le voci verso cui non si ha simpatia, rifuggire gli slogan facili e soprattutto provare a ragionare con la propria testa facendo i conti con ogni possibile scenario a cui stiamo andando incontro. Non è decisamente tempo per il tifo da stadio o per credere ai pifferai magici.
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un pensiero sulle strade
Nell’ultimo anno, per svariati motivi, ho pedalato molto poco ma purtroppo l’esiguo numero di chilometri che ho percorso è già più che sufficiente per farmi prendere atto di quanto sulle strade del nostro Paese ci si senta drammaticamente sempre meno al sicuro. I dati che parlano di oltre 130 ciclisti morti investiti dall’inizio del 2025 in Italia (praticamente più di uno ogni due giorni) non mi stupiscono affatto, visto ciò che a cui si assiste di continuo.
C’è sempre meno consapevolezza, da parte della gran parte degli automobilisti, di essere alla guida di qualcosa che può facilmente uccidere delle persone, sempre meno rispetto verso gli utenti più fragili, sempre più aggressività e sempre meno coscienza del fatto che la strada non appartiene solo ai veicoli a motore (perché evidentemente il problema riguarda, per esempio, anche i pedoni oltre che i ciclisti).
Più di ogni altra cosa c’è evidentemente una totale incoscienza del fatto che il pericolo maggiore per chi pedala è l’eccessiva vicinanza delle automobili durante i sorpassi. Chi non è mai davvero salito in bicicletta sembra non riuscire proprio nemmeno a immaginare il dramma che rischia di creare sfrecciando a pochi centimetri da un ciclista credendo di avere il pieno controllo della situazione. La legge che dovrebbe garantire il metro e mezzo di distanza di sicurezza è da qualche mese finalmente una realtà ma purtroppo, finché non ci sarà una seria sensibilizzazione in tal senso, resterà solo materia per periti e tribunali dopo gli incidenti.
Servirebbe una svolta culturale importante ma purtroppo, anche in questo, si continua ad andare nella direzione opposta a quella che si dovrebbe seguire. E la cosa triste è che, per quanto possa sembrare un luogo comune, basta mettere il naso fuori dai confini del nostro Paese per rendersi conto che si tratta di un problema tutto italiano (provate semplicemente, da pedoni, a usare le strisce pedonali in Svizzera, per capire la differenza di mentalità).
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una riflessione di GianCarlo Onorato
Con GianCarlo Onorato ho avuto occasione di condividere un palco solo pochi giorni fa ma in realtà si tratta di un artista che stimo da sempre. Oggi sul sito di Rock Targato Italia è stato pubblicato un articolo molto importante firmato da lui. Si tratta di una lettera aperta indirizzata a Massimo Zamboni che è in realtà una riflessione profondissima su quello che dovrebbe essere il ruolo dell’artista nel mondo contemporaneo.
“[…] il tuo posto non dovrebbe invece essere, come il mio e come quello di tanti altri attori realmente responsabili, in prima fila per sputare in faccia a chi di dovere, ad ogni costo, a prezzo dell’esclusione, come avviene al sottoscritto e ad altri che osano dire, tutte le storture che abbiamo sopra elencato e che non si possono ignorare o peggio dichiarare false?” dice fra le altre cose l’articolo, che merita di essere letto con attenzione per intero.
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Dall’emergenza permanente alla guerra “imminente”
Sono ormai diversi mesi che i media e la politica stanno facendo di tutto per “normalizzare” il concetto di guerra da parte del nostro Paese e convincerci della necessità di prepararci a “difenderci” da chissà quale minaccia. Ormai siamo arrivati a livelli di propaganda grotteschi e la cosa dovrebbe preoccuparci parecchio, non tanto per li rischio concreto che possano da un giorno all’altro spedirci tutti quanti al fronte quanto semplicemente per il fatto che evidentemente si sta ripetendo il giochetto dell’instaurare un clima di tensione per poter manipolare più agevolmente i nostri comportamenti e dirottare importanti somme di denaro dove più fa comodo al potere. D’altra parte dovremmo avere imparato già da tempo come funziona questa triste era dell’emergenza permanente.
Opporsi ai ridicoli “piani di riarmo”, agli “incrementi della spesa bellica” e ai tentativi di alzare le tensioni dovrebbe essere, al giorno d’oggi, la priorità oggi per chiunque. Invece ciò che accade sotto il nostro sedere è proprio ciò che stiamo ignorando tutti quanti con la maggior determinazione.
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L’era della post-verità
Qualcuno sostiene, a mio avviso giustamente, che quella che stiamo vivendo sia “l’era della post-verità”: un’epoca segnata da un approccio puramente emotivo e ideologico ai fatti, da una mole quotidiana ingestibile di notizie contraddittorie, da una tecnologia ormai alla portata di tutti in grado di artefare ogni tipo di documento e soprattutto da un’informazione mainstream dedita solo a diffondere falsità al servizio del potere.
Credo che interrogarsi su come sopravvivere intellettualmente a questa situazione sia un qualcosa da cui nessuno può esimersi, e la risposta più naturale è sempre la stessa: diffidare di tutto, non accontentarsi delle voci di comodo e soprattutto cercare di sviluppare un pensiero il più possibile autonomo e critico. Però credo che ancora più importante sia cercare di portare sempre ogni discorso su un piano superiore senza lasciarci distrarre da dettagli inutili, ragionando sui principi portanti più che sulle apparenze, perché spesso il gioco della disinformazione di regime è proprio quello di alzare polveroni e divisioni su inezie che in realtà, se guardate in una prospettiva più ampia e completa, non sono altro che inutili elementi di contorno gonfiati a dismisura proprio per allontanarci dalla vera essenza delle cose.
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un pensiero sul declino del carnevale
Sembra che il Carnevale, in Italia, sia una ricorrenza sempre più dimenticata. Al netto delle pochissime grandi manifestazioni storiche di alcune città, ormai le sfilate di Carnevale sembrano, nel nostro Paese, una cosa in assoluta decadenza e relegata idealmente a evento che dovrebbe riguardare solo i più piccoli. Ed è un peccato.
Chissà se questo declino ha a che vedere con la natura anarchica della ricorrenza che fa sì che una sfilata di Carnevale con tutti i crismi debba inevitabilmente essere un momento di goliardia ma anche un’occasione per lanciare provocazioni su temi importanti e prendersi gioco dei potenti, oltre al fatto che qualcosa che deve per forza di cose generare allegria e colore in libertà nelle strade va fin troppo in controtendenza rispetto al rigoroso isolazionismo individuale verso cui la società moderna ci spinge oppure.
In ogni caso credo che, di questi tempi, farebbe solo bene, ritrovare un po’ di sano spirito carnevalesco.
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Gianni Bugno e io
«Chissà se il fatto che lui è cresciuto con la sicurezza di tifare la squadra più forte del mondo mentre io ho imparato la vita e la poesia amando la pedalata calligrafica e i “vedremo” di un talento tanto incostante e indecifrabile può avere in qualche modo influito su ciò che siamo poi diventati da grandi» diceva un mio vecchissimo racconto. Il talento di cui parlavo è quello di Gianni Bugno e ancora oggi credo che ciò che diceva quello scritto sia vero.
Ieri (sabato 25 gennaio), grazie agli amici del Bike Team Malgrate, ho avuto la fortuna di incontrare Gianni alla presentazione della nuova maglia della squadra, di poterlo ringraziare e di potergli finalmente regalare una copia de “L’uomo a pedali“. Vorrei scrivere qualcosa di razionale ma in realtà l’unica cosa che mi sento di dire è che è stato come tornare per qualche istante bambino.
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riflessioni invernali
Credo che prima o poi noi esseri umani dovremo fare pace col fatto di non sapere nulla. Non sappiamo nulla di noi, della nostra natura e delle nostre origini, per esempio, ma nemmeno di ciò che ci circonda. Ci convinciamo che il poco che conosciamo possa avvicinarsi all’essere tutto ciò che c’è da sapere o che delle semplici teorie siano delle verità assolute e nel frattempo continuiamo a dividerci sulla base di facezie. Insomma, ci illudiamo di essere “moderni” solo perché sono cambiate le credenze di massa, gli idoli e i nomi del potere, ma in realtà ci impantaniamo sempre di più in una specie di novello medioevo.
Da qualche tempo mi capita di riflettere su questo fatto, così mi andava di condividere questo pensiero, mentre il freddo dell’inverno continua a mordere forte e i nuovi progetti iniziano a prendere forma.
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a un passo dal 2025
Il 2024, per quanto mi riguarda, è stato un anno che ha rimesso silenziosamente in moto delle energie che erano sopite ormai da un po’. Il che non è per nulla una cosa di poco conto.
Di questi dodici mesi ricorderò soprattutto la serata preziosa al Wine Bar La Rocca che mi ha portato a tornare a raccontare le mie storie in pubblico dopo molto tempo e la bella esperienza fiorentina con il Premio Letterario Ponte Vecchio, più un paio di momenti personali. È stato un anno in cui ho pedalato poco rispetto al recente passato ma in compenso sono tornato a scrivere di più, ho lavorato parecchio su idee di cui si vedranno i frutti in futuro e ci sono stati anche tre nuovi racconti pubblicati su questo sito. Dunque, a conti fatti, direi che è andata bene.
Mi accosto all’anno nuovo con grande curiosità e desiderio di scoprire cosa questi dodici mesi potranno riservarmi. C’è in particolare un progetto di cui spero di poter parlare molto presto che mi sta dando molto entusiasmo.
Buon 2025 a tutti! Con l’augurio forse utopico che possa essere un anno capace di scardinare qualche schema ormai logoro.
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Buon Natale!
Buon Natale a tutti!
Al di là delle luci, dei brindisi, dei grandi discorsi e di tutto quanto il resto, che queste giornate di festa possano essere per tutti un momento di pace e serenità.






